Indice
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Giuseppe Rulli
EDITORIALE
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Valentina Sartoris
IL PEDAGOGISTA ALL’INTERNO DELL’U.O.C. DI ORTOPEDIA E TRAUMATOLOGIA DELL’ISTITUTO G. GASLINI- GENOVA
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dossier
COME EDUCARE BAMBINI E BAMBINE, RAGAZZI E RAGAZZE CON DIABETE
a cura di Giuseppe Rulli e Maria Angela Grassi
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Loretta Ubaldi
L’AFFIDAMENTO CONDIVISO: RIFLESSIONI DI PEDAGOGIA GIURIDICA
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Alessandra Del Pozzo
IL PADRE, LA PATERNITÀ, LA “CRESCITA PERSONALE” DEL PADRE, LO SVILUPPO DEL BAMBINO
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Pamela Azzarà
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
Editoriale
All’educazione come agire pedagogico è affidato il compito di realizzare il cambiamento
sociale. Per questo motivo Professione Pedagogista sta compiendo un
“viaggio nel mondo dell’educazione post-moderna” con lo scopo di esplorare i vari
contesti e rilevare come e a cosa si sta educando, quali valori e quali principi ispirano la
formazione dei cittadini della nuova era.
Il presente numero percorre una parte del settore clinico e tocca l’integrazione
con il sociale.
Il settore clinico è rappresentato dai servizi che costituiscono il sistema sanitario
nazionale di cui in passato ci siamo occupati tante volte e non solo per divulgare
esperienze, articoli e studi, ma in particolare per parlare delle azioni promosse
dall’ANPE sul piano politico dirette a promuovere e tutelare il ruolo della professione
pedagogica in Sanità. Infatti, la Sanità è un settore in cui opera un discreto
numero di colleghi che lavorano nei servizi per disabili (riabilitazione, salute mentale,
neuropsichiatria infantile), tossicodipendenze e consultori familiari. Ricordo perfettamente
tutto il lavoro svolto - in parte delicato e difficile - per definire la giusta
competenza che questo professionista deve assumere all’interno del lavoro di equipe
di operatori sanitari. Dopo una lunga serie di dibattiti, confronti istituzionali e
analisi scientifiche, s’è affermato – in contrapposizione ad una tendenza degli anni
’90 - il concetto che il pedagogista non è figura che svolge lavoro clinico per poterla
definire figura sanitaria. D’altra parte bisogna ammettere che far riconoscere il
pedagogista come figura sanitaria non era un’operazione scientificamente corretta e
nemmeno tanto conveniente alla stessa professione. La definizione professionale, è
bene ricordarlo, è quella ormai nota di “esperto dei processi educativi e formativi”,
per cui il pedagogista è colui che esercita un servizio d’interesse pubblico con il
compito di osservare, valutare, monitorare e (ri)programmare i processi educativi in
tutti i contesti in cui si sviluppano.
Il dossier esplora la tecnica dell’educazione terapeutica nell’ambito dei programmi
terapeutici diretti a minorenni affetti da diabete. Si tratta di attività educative in gran
parte svolte da personale sanitario (medici, infermieri, terapisti, ecc.) che si sviluppano
non solo nella cura del diabete ma anche per tutte le altre malattie croniche e,
quindi, costituisce un settore d’interventi molto vasto. Emerge qui la finalità di soddisfare
nuovi bisogni educativi della persona affetta da patologie inguaribili: costruire
per sè un’ identità di “persona ammalata” ma - nella diversità - autonoma, in
grado, cioè, di far fronte da solo alle inquietudini del nostro tempo. Il soddisfacimento di tali bisogni consente di raggiungere un altro importante obiettivo sociale:
ridurre la spesa sostenuta per le cure e le prestazioni sanitarie.
In relazione con il dossier dev’essere letto il primo articolo di Valentina Sartoris.
L’esperienza descritta si sviluppa sempre in un contesto clinico ed è pedagogicamente
interessante perché illustra la metodologia e le tecniche per riprogettare il
processo educativo che trasmette concezioni negative sul “ricovero” e sull’ambiente
ospedaliero. L’autrice lavora per far superare gli aspetti “disumanizzanti” che si
creano attorno allo stato di malattia e a situazioni pre e post operatorie.
Gli altri due articoli sono tra di loro collegati e si collocano nel contesto dell’area
dell’integrazione socio-sanitaria.
Loretta Ubaldi compie una riflessione - che definisce di pedagogia giuridica –
sulla legge per l’affidamento condiviso dei figli nei casi di separazione e divorzio che,
dopo due anni di applicazione, sembra aver prodotto pochi risultati attesi. L’autrice
mette in evidenza che per realizzare gli obiettivi della norma sono necessari più iniziative
di mediazione familiare.
Alessandra Del Pozzo, riportando i risultati di una indagine realizzata da R.
Quaglia a Torino sul ruolo del padre nello sviluppo del figlio, invita a non considerare
i modi in cui padri accudiscono i figli ma a valutare la paternità come processo
di sviluppo e implementare azioni educative rivolte ai neopapà per farli riflettere su
come l’evento procreativo li trasforma in genitori.
Giuseppe Rulli
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