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Professione Pedagogista
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  • Maria Alessandra Polimeno
    INDAGINE SOCIOMETRICA SULL’INTEGRAZIONE SCOLASTICA DEI DISABILI NELLA LOCRIDE: SINTESI DEI RISULTATI
  • Remo Coccia
    APPUNTI PER UNA PEDAGOGIA COMUNITARISTA: ANTON S. MAKARENKO
  • Paola Congiustì
    IL FENOMENO DELLE BANDE GIOVANILI IN ITALIA
  • Roberto Polleri
    I CENTRI DI EDUCAZIONE AL LAVORO DELLA CITTÀ DI GENOVA
  • Luisa D’Adami
    IN DIALOGO... IL PEDAGOGISTA INCONTRA I GENITORI NELLA SCUOLA... UN’ESPERIENZA... presso l’Istituto Comprensivo "N. Tommaseo" di Torino (Scuole Elementari e Scuola Media)
  • Pamela Azzarà
    SEGNALAZIONI

Editoriale

Nel n. 3 del 2007 avevo annunciato che, a partire dal presente numero, “Professione Pedagogista” avrebbe avviato un viaggio nelle cosiddette “emergenze educative” della società in cui viviamo.

Le riflessioni preliminari fatte sull’argomento hanno fatto rilevare che le emergenze esistono ma sono a livello pedagogico e non educativo. Mi spiego meglio.

Le campagne di sensibilizzazione promosse da qualche anno a questa parte trasmettono quasi tutte lo stesso messaggio: la società odierna ha una generazione di adulti incapace di educare. Da qui le conseguenze note come: abbiamo una formazione dei giovani insufficiente sia sul piano culturale che comportamentale.

Se così fosse sarebbe invalidata, in un sol colpo, la teoria pedagogica dell’habitus, secondo la quale ogni individuo interiorizza il proprio modello pedagogico durante le prime esperienze di vita e poi, quando è genitore, lo esercita attraverso la pratica educativa. Per cui se gli adulti di oggi sono incapaci di educare vuol dire che essi non hanno ricevuto dalla generazione che li ha preceduti un modello pedagogico valido, e questo è da escludere.

Che ci siano genitori incapaci di educare oggi è vero, non lo si può negare. Ma non mi sembra che si possa affermare che questi siano tanti, molti di più, rispetto a quelli che hanno conosciuto le generazioni del passato. Né si può dire che manchino i “buoni maestri”. Se mai si deve parlare del fatto che gli adulti di oggi esercitano la loro azione educativa in condizioni inadeguate, difficili, senza sostegno, per cui si ottengono risultati insufficienti rispetto a quelli attesi.

L’emergenza, quindi, c’è, ma è a livello pedagogico e non nell’esercizio educativo. Siamo noi pedagogisti che incontriamo difficoltà ad orientare e regolare i processi educativi secondo le esigenze sociali. Il processo educativo ha un suo percorso naturale e si svolge secondo regole ben precise: alcune date dal funzionamento biologico dell’individuo e altre da criteri pedagogici (regole di organizzazione, ruoli, metodologie, programmi, contenuti, attività, tempi di apprendimento ecc.).

Quando il processo educativo entra in crisi occorre definire nuove regole e questo è specifico compito pedagogico.

Nella situazione di trasformazione sociale che vede la tendenza di superare l’epoca della globalizzazione e dei consumi per entrare in un’era di recessione, occorre far presto per mettere in piedi un “serio” lavoro di ricerca scientifica che porti rapidamente all’individuazione di nuovi criteri pedagogici per i processi educativi delle famiglie e delle istituzioni, ovviamente in collaborazione diretta con le Università.

È in questa direzione che bisogna leggere gli articoli di questo numero.

Nel primo, Flamminio, evidenzia il rischio che la “rete internet”, a cui tutti riconoscono un grande potenziale formativo, possa trasformarsi in una “barriera per chi non ha la possibilità di utilizzare” le nuove tecnologie.

Nel secondo, Stanieri, traccia il percorso dell’evoluzione culturale dell’integrazione dei disabili attraverso una lettura pedagogica del pregiudizio in letteratura. Polimeno, sempre sull’integrazione dei disabili, riporta i risultati di una indagine sociometrica del grado d’integrazione degli alunni disabili nella scuola dell’obbligo e rileva il rischio che nelle aree meno attrezzate culturalmente, con la riduzione delle risorse, si possa realizzare un cambio di direzione del processo di inclusione sociale.

Coccia, richiamando il lavoro pedagogico del russo Makarenko, pone un inquietante tema: su quali basi e come dovrà avvenire la partecipazione attiva del cittadino alla vita sociale della sua comunità?

Congiustì descrive il fenomeno della criminalità giovanile soffermandosi sull’organizzazione del gruppo che commette reati. Mi sembra di rilevare elementi che portano ad una possibile proposta di formulare l’ipotesi del “reato di gruppo”, oggi non contemplato nel nostro Codice Penale.

Gli ultimi due contributi descrivono esperienze professionali realizzate sul campo: il primo nel settore della formazione dei giovani con disagio sociale ed il secondo nella formazione dei genitori di alunni frequentati le scuole dell’obbligo.

Giuseppe Rulli


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